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Capitolo1 - Il vecchio del bar
Un freddo pungente caratterizzava quella mattina di novembre. Il sonno agitato della notte precedente non aveva cancellato la mia stanchezza, anzi l’aveva resa ancora più pesante.
Non c’era niente di nuovo: rientravo a casa tardi, man-giavo con poca voglia e vivevo la mia abituale inquie-tudine con scontata amarezza.
Il lavoro quotidiano mi distraeva parzialmente, ma, fondamentalmente, lo odiavo come odiavo quasi tutto il resto del mondo intorno a me.
Entrai in ufficio e sistemai il cappotto sull’appendiabi-ti, quando qualcuno parlò alle mie spalle.
La voce era conosciuta, ma non sapevo associarla a nessuno dei colleghi o dei frequentatori abituali dell’ambiente di lavoro. Era una tonalità curiosamente famigliare, non avevo capito bene quello che mi era stato detto, ma ero sicuro che fosse rivolto a me, e suonasse con dolcezza, quasi un accordo armonioso dentro un silenzio che era reso rumoroso dai mille pensieri che affollavano la mia testa e che per un istan-te erano rimasti come sospesi.
Voltandomi, stavo quasi per rispondere qualcosa, ma mi accorsi che dietro di me non c’era nessuno, come nella stanza accanto e nel corridoio che collegava gli uffici. Pensai di essere talmente stanco che ormai ero arrivato a sentire voci inesistenti. Però quel suono era troppo vicino a me, sia nello spazio fisico sia nella mia stessa mente. Decisi comunque di lasciar perdere e di farmi travolgere dalla quotidianità del lavoro e delle mie abitudini.
Tuttavia non riuscivo a concentrarmi. Forse un caffè forte mi avrebbe aiutato a trovare un po’ di energia. Così uscii, attraversai la strada, respirando profonda-mente e con piacere l’aria fredda e umida, quasi rin-francato dai rumori e dai vapori del traffico.
Il bar era affollato come tutte le mattine a quell’ora da un pubblico eterogeneo e frettoloso. Mi rifugiai in un angolo in fondo al bancone, sorseggiando il mio caffè e sbirciando un giornale sportivo abbandonato stro-picciato su un tavolino poco distante, che riportava a grandi caratteri la notizia di una clamorosa sconfitta della nazionale di calcio.
- Mai una buona notizia, neanche nelle cronache spor-tive! -
L’osservazione veniva da un avventore che mi ero tro-vato al fianco all’improvviso. Era un uomo anziano, ma era difficile stabilirne anche approssimativamente l’età, così come era arduo distinguerne i lineamenti, tra il bavero rialzato ed il cappello, curioso particolare d’abbigliamento fuori moda, parzialmente calato sugli occhi.
- In effetti non c’è da stare allegri un granchè, in nes-sun angolo del mondo! - risposi cercando di unifor-marmi al tono ironico del mio interlocutore.
- Evvia, col pessimismo non si arriva da nessuna parte! Lei è giovane e deve sperare e pensare positivamen-te… mi scusi, ma potrei essere suo padre…-
Forse, per il mio stato d’animo negativo, fui quasi indi-spettito da quel buon senso di maniera, ma quello scu-sarsi e richiamarsi ad una figura paterna mi fece quasi tenerezza e mi ispirò un’immediata simpatia, quasi fos-si entrato con quell’uomo in una naturale sintonia.
- Sono io che dovrei scusarmi per i miei modi bruschi - replicai - ma oggi si guarda a quasi tutte le persone come a dei rompiballe, se non addirittura come a degli antagonisti da evitare -
- Ehi, ehi, lei continua a vedere tutto nero… stia più sereno e cerchi di pensare che c’è anche chi pensa a lei …-
Mi venne da sorridere di fronte a quella che io pensa-vo un’ingenuità e finii di bere il caffè. Rialzando lo sguardo non trovai più l’uomo al mio fianco. Peccato, pensai che lo avrei salutato volentieri, magari gli avrei offerto la consumazione, anche se non avevo visto co-sa aveva preso.
Mi sentii comunque rinfrancato da quell’incontro e da quelle poche parole scambiate con lo sconosciuto. Tornai al lavoro di un altro umore e la mattinata passò veloce.
Solo più tardi ed incidentalmente, guardando una co-pia dello stesso giornale sportivo che avevo visto al bar, ripiegata sotto la scrivania del mio collega, mi ca-pitò di ripensare all’uomo col cappello. Quelle frasi …”c’è qualcuno che pensa a lei”, “potrei essere suo padre” mi fecero ripensare alla voce misteriosa che mi aveva accolto all’ingresso in ufficio.
Già, quella voce famigliare e al tempo stesso non iden-tificabile, continuava a tornarmi in mente e natural-mente la associavo a quello che ormai avevo definito dentro di me “il vecchio del bar”.
Conoscevo quella voce e sicuramente conoscevo an-che lui, il vecchio. Lo avevo già visto, anche se non a-vrei saputo collocare con esattezza la sua presenza in un qualsiasi momento della mia vita.
Uscito dall’ufficio volli tornare nel bar per chiedere al gestore se conoscesse l’uomo, ma ottenni solo una scontata risposta negativa. Guardai l’orologio, era tar-di. Dovevo recarmi in ospedale, come tutte le sere, da quando la mia anziana madre era ricoverata per uno dei suoi tanti e sempre più frequenti problemi di salu-te.
L’assistenza a mia madre mi occupava quasi tutte le sere, ed era uno dei motivi della mia stanchezza morale e fisica. Da circa due anni curavo una persona che non era più la stessa, completamente stravolta dalla de-menza senile e dalla malattia. Svolgevo un compito doveroso per un figlio ma che non mi dava la benché minima risposta e nessun conforto morale.
Il rapporto che avevo con mia madre era ridotto all’essenziale e limitato agli incoraggiamenti inutili che le rivolgevo per indurla ad ingerire del cibo, che siste-maticamente rifiutava, e a qualche carezza per farle sentire la mia presenza e per accompagnarla verso il sonno della notte.
Tutto questo da ormai oltre un mese. Quando anche quella sera mia madre si assopì, mi avviai verso l’uscita dell’ospedale.
Dovevo percorrere un lungo tratto a piedi nei viali che circondavano il vecchio edificio,costruito nei primi anni del secolo, per raggiungere l’auto, parcheggiata al di fuori del muro di cinta.
Avevo già quasi raggiunto l’uscita principale, e vedevo le forti luci bianche che la illuminavano, in forte con-trasto con l’oscurità che regnava nei viali, quando sullo stesso lato che stavo percorrendo, distinsi una figura che mi veniva incontro col volto celato dal cappello e dal bavero del cappotto. Era indubbiamente il vecchio del bar, sentii di riconoscerlo con assoluta sicurezza,e, per salutarlo, mi lasciai andare ad un verso tratto da una vecchia canzone napoletana:
- uocchi sotto o cappiello annosconnuti…mane in ta sacca e bavero aizzato…-
- La conosce? È una delle mie preferite.-
- Il mondo è piccolo - lo salutai - come mai da queste parti? -
- Vado a trovare mia moglie..È ricoverata qui da circa un mese -
- Amico mio, mi dispiace per la sua signora.. A quest’ora però l’orario delle visite dei parenti è trascor-so da un pezzo: non la faranno entrare! -
- Non si preoccupi, cercherò di non farmi notare. Lei piuttosto, perché è qui? -
- Mia madre.. è molto malata.. credo che la fine sia vi-cina..-
- Di quale fine parla, scusi? -
- Voglio dire che sta per morire - risposi, stupito per dover dare quella che ritenevo un’inutile precisazione.
- Ah, la fine… Non c’è una fine, glielo dico io. Tutto continua, in un modo diverso, ma tutto continua! -
- Già, forse è così - annuii quasi compatendo ancora quella sua ingenuità - Ora però la devo salutare, si è fatto tardi e vorrei andare a casa per la cena. -
Intuii un sorriso sul suo volto nella scarsa luce del via-le.
- Bene, buon appetito, allora! E arrivederci! -
Lo salutai frettolosamente, il freddo della sera mi dava fastidio e avevo voglia di rincasare.
Poco più tardi tuttavia, mentre già guidavo l’auto verso casa, fui pervaso da una strana inquietudine, provavo sensazioni di ansia e dolcezza insieme, come non mi era mai capitato, e cominciarono ad affiorare dentro di me domande sul vecchio del bar, che si facevano via via più pressanti e mi impedivano di pensare ad altro.
Perché sentivo quella presenza così vicina e amica, tan-to da salutarla con i versi di una canzone, fatto per me assolutamente inusuale, se non unico, per il mio carat-tere da sempre introverso?
Perché quell’uomo sembrava così interessato a me e alle mie vicende e ai miei stati d’animo, pur conoscen-domi in un modo superficiale?
E ancora, che spiegazione c’era alla sua sparizione i-stantanea dal bar, subito dopo il nostro veloce collo-quio?
E perché pensava di poter andare a visitare la moglie in ospedale a quell’ora, notoriamente tarda, viste le ri-gide norme che regolavano gli orari?
Distratto dai pensieri, varcai la soglia di casa, trovando ad accogliermi il solito deserto.
Da mesi ero separato da mia moglie, che viveva da so-la con i nostri figli, che le erano stati affidati.
Cenai svogliatamente e mi coricai quasi subito, vinto dalla stanchezza.
Opera n°159108 di Liberodiscrivere